Non ero forte. Ero in apnea.

Scritto da Redazione Freud
Pubblicato il 19/06/2026 in In prima persona   8 min

Nota editoriale: Questo racconto è scritto in forma anonima e narrativa. Alcuni dettagli sono stati modificati per proteggere identità, contesto e riservatezza.

 

Sono arrivata in terapia dicendo una frase molto intelligente.

“Non capisco cosa mi stia succedendo.”

Che poi era un modo elegante per dire:
non ce la faccio più, ma mi vergogno a dirlo così.

Da fuori funzionavo.

Questa è la parte che mi fregava di più.

Lavoravo. Rispondevo ai messaggi. Ricordavo compleanni, scadenze, visite mediche, password, bollette, nomi dei figli degli altri, cose da comprare, cose da sistemare, cose da non dimenticare.

Ero quella affidabile.

Quella che “meno male che ci sei tu”.

Quella che se c’era un problema, lo prendeva in mano.

Quella che non faceva scenate.

Quella che non chiedeva troppo.

Quella che, quando stava male, diceva:
“Tranquilli, è solo un periodo.”

Solo che il periodo durava da anni.

All’inizio pensavo fosse stress.

Poi ho pensato fosse stanchezza.

Poi ho pensato fosse il mio carattere.

Poi ho iniziato a pensare che forse il problema ero io.

Mi svegliavo già tesa.

Aprivo gli occhi e sentivo il corpo come se qualcuno, durante la notte, mi avesse messo addosso un peso invisibile.

Non era tristezza, almeno non all’inizio.
Era più una specie di allarme.

Una sirena bassa, continua, dentro.

Caffè. Telefono. Mail. Messaggi. Cose da fare. Cose da sistemare. Persone da non deludere.

La mia giornata iniziava prima ancora che io riuscissi a chiedermi come stavo.

E forse il punto era proprio questo.

Io non me lo chiedevo mai.

Mi chiedevo:
cosa devo fare?
chi devo richiamare?
chi si aspetta qualcosa da me?
cosa può andare storto?
cosa ho dimenticato?
cosa devo controllare?

Ma “come sto?” no.

Quella domanda non era prevista.

Un giorno ho pianto perché non trovavo le chiavi.

Non perché mi interessassero davvero le chiavi.

Ho pianto come se qualcuno avesse aperto una porta che tenevo chiusa da troppo tempo. Una porta stupida, piccola, quotidiana. Una porta con un mazzo di chiavi appeso sopra.

Mi sono seduta sul pavimento e ho pensato:

“Ma io non sono normale.”

È stata una frase brutta.

Non per il contenuto.
Per il tono.

Me la sono detta come se fossi una cosa guasta.

Come se fino a quel momento avessi retto bene e poi, improvvisamente, mi fossi rotta.

In terapia, la prima cosa che ho scoperto è stata questa:
forse non mi ero rotta.

Forse mi ero solo fermata.

E io non sapevo più riconoscere la differenza.

La terapeuta non mi ha detto subito cosa fare.

Questa cosa, all’inizio, mi ha irritata moltissimo.

Io volevo istruzioni.

Un piano.

Un metodo.

Una frase risolutiva.

Un elenco ordinato di passaggi per tornare quella di prima.

In fondo ero andata lì per quello:
rimettermi in piedi in fretta, tornare efficiente, smettere di sentire tutto quel casino dentro.

Poi, a un certo punto, lei mi ha chiesto:

“Ma lei vuole davvero tornare quella di prima?”

Io ho risposto subito:

“Sì.”

Perché era ovvio.

Poi sono rimasta zitta.

E in quel silenzio ho sentito una cosa che mi ha fatto paura.

Non era vero.

Io non volevo tornare quella di prima.

Quella di prima era bravissima a sopravvivere.
Ma non era felice.

Quella di prima sapeva tenere tutto insieme.
Ma non sapeva stare con sé stessa.

Quella di prima era forte.
O almeno così sembrava.

Poi ho capito una cosa che mi ha fatto quasi arrabbiare:
non ero forte.

Ero in apnea.

C’è una differenza enorme.

Essere forti è sentire il peso e sapere che puoi anche appoggiarlo ogni tanto.

Essere in apnea è convincerti che respirare sia un lusso.

Io avevo fatto della resistenza un’identità.

Mi piaceva anche, in un certo senso.

Perché essere quella che regge tutto ti dà un posto.

Ti fa sentire utile.

Necessaria.

Difficile da abbandonare.

Se servo, resto.
Se reggo, valgo.
Se non chiedo, non disturbo.
Se non crollo, mi ameranno.

Naturalmente non lo pensavo così, con queste parole.

Le cose più importanti, di solito, non ce le diciamo in modo chiaro.

Le viviamo.

Le ripetiamo.

Le chiamiamo carattere.

Io dicevo: “Sono fatta così.”

In terapia ho iniziato a chiedermi:
ma chi mi ha insegnato a essere fatta così?

Non è stata una domanda comoda.

Per niente.

Perché quando inizi a guardare davvero alcune cose, succede che il passato smette di essere passato.

Ti accorgi che alcune frasi vivono ancora nel modo in cui chiedi scusa.

Nel modo in cui sorridi quando vorresti urlare.

Nel modo in cui dici “non importa” quando invece importa tantissimo.

Nel modo in cui ti senti egoista appena desideri qualcosa per te.

Io non avevo un grande trauma da raccontare.

E anche questa cosa mi faceva sentire quasi illegittima.

Mi dicevo:
c’è gente che sta peggio.
Non dovrei lamentarmi.
Ho una vita normale.
Non ho motivi seri.

Come se il dolore avesse bisogno del permesso.

Come se per stare male servisse un certificato.

Poi ho capito che non sempre si arriva in terapia perché è successa una cosa enorme.

A volte ci arrivi perché per anni sono successe piccole cose.

Piccole rinunce.

Piccole solitudini.

Piccoli tradimenti di sé.

Piccole volte in cui hai detto sì e dentro era no.

Piccole volte in cui avresti voluto essere vista e invece hai fatto finta di niente.

Piccole volte in cui nessuno ti ha chiesto come stavi, e tu hai imparato a non chiedertelo più.

La terapia non mi ha cambiata come immaginavo.

Io pensavo che mi avrebbe resa più sicura.

Più calma.

Più ordinata.

Più brava a gestire l’ansia.

In parte sì, certo.

Ma la cosa più importante è stata un’altra.

Mi ha resa meno disposta ad abbandonarmi.

Che è diverso.

Ho iniziato ad accorgermi di quando dicevo sì troppo in fretta.

Di quando mi irrigidivo davanti a un messaggio.

Di quando cercavo di prevenire il malumore degli altri.

Di quando confondevo l’amore con la prestazione.

Di quando chiamavo “sensibilità” il fatto di vivere con le antenne sempre accese.

Di quando mi sentivo responsabile anche delle emozioni che non erano mie.

Non è stato romantico.

Lo dico perché spesso si racconta la terapia come una specie di illuminazione dolce.

Per me, all’inizio, è stata più simile a trovare una stanza piena di scatoloni.

Aprirli.

Leggere etichette sbagliate.

Scoprire che alcune cose che chiamavo “dovere” erano paura.

Che alcune cose che chiamavo “amore” erano bisogno.

Che alcune cose che chiamavo “equilibrio” erano controllo.

Che alcune cose che chiamavo “pace” erano solo silenzio.

E poi richiudere.

Riaprire.

Spostare.

Buttare qualcosa.

Tenere altro.

Piangere per oggetti emotivi che non sapevo nemmeno di conservare.

La prima volta che ho detto “sono arrabbiata” senza subito aggiungere “però forse esagero”, mi sono sentita quasi maleducata.

La prima volta che ho detto “questa cosa mi ha ferita”, ho avuto l’impulso di consolare la persona che mi aveva ferita.

La prima volta che ho detto “non posso”, mi è sembrato di commettere un crimine.

La prima volta che ho riposato senza giustificarmi, non ho riposato davvero.
Ho passato il tempo a sentirmi in colpa.

Poi, piano piano, qualcosa è cambiato.

Non tutto.

Non per magia.

Non in modo lineare.

Ci sono stati giorni in cui mi sembrava di essere tornata al punto di partenza.

Giorni in cui ho pensato:
non sta servendo.
Sono sempre la stessa.
Capisco le cose, ma poi ci ricasco.

La terapeuta mi ha detto una frase che mi è rimasta addosso:

“Ricascarci non significa tornare indietro. A volte significa accorgersi prima.”

All’inizio mi sembrava una frase gentile per non farmi sentire fallita.

Poi ho capito che era vera.

Prima mi perdevo e basta.

Poi ho iniziato ad accorgermi che mi stavo perdendo.

Poi ho iniziato a fermarmi.

Poi, qualche volta, a scegliere diversamente.

Non sempre.

Ma qualche volta sì.

E quelle volte sono state enormi.

Una sera ho ricevuto un messaggio che normalmente mi avrebbe agitata per ore.

Ho preso il telefono.

Ho letto.

Ho sentito il corpo partire: cuore, pancia, respiro corto, quella vecchia urgenza di rispondere subito, sistemare subito, placare subito.

Poi ho appoggiato il telefono.

Mi sono detta:

“Aspetta. Non tutto quello che ti chiama richiede che tu corra.”

Non era una frase da film.

Non è partita nessuna musica.

Nessuno ha applaudito.

Però io, in quel momento, ho respirato.

E per una persona che era stata in apnea per anni, respirare non è poco.

Oggi non posso dire di essere “guarita”, perché non so nemmeno se sia questa la parola giusta.

Posso dire che mi ascolto di più.

Che quando sto male non mi insulto subito.

Che ho smesso di considerare la mia stanchezza un difetto morale.

Che alcune relazioni le guardo con occhi meno disperati.

Che non confondo più sempre il bisogno di essere amata con l’obbligo di essere indispensabile.

Posso dire che ho imparato a farmi una domanda piccola, ma per me rivoluzionaria:

“Dove sono io, in tutto questo?”

Non sempre so rispondere.

Ma almeno ora me lo chiedo.

E forse la terapia, all’inizio, è anche questo.

Non diventare un’altra persona.

Ma smettere di lasciarsi fuori dalla propria vita.

 

Cosa può insegnarci questa storia

A volte chi “regge tutto” non sta bene: sta solo resistendo.

L’ansia, il controllo, la difficoltà a dire no, il bisogno di non deludere nessuno possono diventare modi silenziosi per sentirsi al sicuro. Ma il prezzo, spesso, è altissimo: perdere contatto con sé, con i propri desideri, con i propri limiti.

La psicoterapia non serve a diventare perfetti.
Serve, a volte, a riconoscere dove abbiamo imparato a sparire.

E a tornare, un po’ alla volta.

 

Vuoi iniziare anche tu?

Non devi avere già tutte le parole.
Non devi sapere esattamente cosa ti succede.
Non devi arrivare “abbastanza grave” per meritare ascolto.

A volte il primo passo è solo questo:

“Non capisco cosa mi succede, ma non voglio più restarci da sola.”

Da lì si può cominciare.

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